di Maria Rosaria Greco*

Roma, 16 ottobre 2018, Nena News – È il momento della letteratura per la rassegna Femminile palestinese che ospita Adania Shibli, scrittrice considerata fra le voci più significative della letteratura contemporanea dei territori occupati. Nata nel 1974 nell’alta Galilea, in un villaggio interno al confine israeliano, oggi vive tra Berlino, Ramallah e Gerusalemme. Vincitrice di numerosi premi, attira l’attenzione di scrittori e critici palestinesi, tra cui Mahmud Darwish che la invita a pubblicare i suoi racconti sulla rivista al-karmil, da lui fondata a Beirut nel 1981, e ripubblicata a Ramallah dal 1996. Oltre all’attività di scrittrice, ha compiuto studi in comunicazione, giornalismo e regia cinematografica, lavora nel campo delle arti visive e collabora con importanti istituzioni culturali palestinesi come al-Hakawati Theater di Gerusalemme e il Sakakini Cultural Centre di Ramallah.

Adania Shibli, come altri scrittori della sua età, non ha vissuto personalmente la Nakba. Fa parte di una generazione che invece ha visto la prima e la seconda intifada, toccando da vicino i fallimenti degli accordi di Oslo, con il conseguente aumento di check point e la costruzione del muro. La sua produzione letteraria quindi prende ispirazione da un vissuto scandito dal quotidiano, in particolare dal quotidiano non esistere dei palestinesi: umiliazione, distruzione, morte, violazione di ogni diritto umano e civile, come la totale assenza di libertà. In uno dei suoi racconti spiega quanto la libertà esista solo nell’immaginario e sia lontana e irraggiungibile come le nuvole: “Ma le nuvole continuano a muoversi, una dietro l’altra, senza fine, e senza calore. Non importa quanto questo sentimento sembri innocente, ma arriva sempre il giorno in cui invidiamo il movimento leggero delle nuvole in cielo, e la libertà degli uccelli nello spostarsi da un luogo all’altro.” (Pallidi segni di quiete, a cura di M. Ruocco – Argo ed., 2014).

Crescere in Palestina vuol dire essere sottoposti al tentativo di Israele di far scomparire i palestinesi”, racconta in un’intervista la Shibli, che oppone a questo l’affermazione di una identità culturale, a iniziare dalla lingua. Sebbene conosca perfettamente l’inglese e l’ebraico, Adania scrive in arabo dedicando una particolare attenzione all’aspetto linguistico, con una potenza narrativa essenziale e eidetica, spesso fatta di immagini. Con lei si delinea un nuovo modo, molto interessante, di fare letteratura. La descrizione dei piccoli gesti della vita quotidiana permette di entrare in punta di piedi, con leggerezza, in una intimità quasi sospesa, violata dal dolore profondo. Un dolore che Adania cerca di sedare, focalizzando l’attenzione sulle piccole cose di tutti i giorni, come se non esistesse la lacerazione della sofferenza, troppo assurda da accettare. Una sorta di indifferenza emotiva, come scrive Monica Ruocco nella sua introduzione al romanzo “Sensi” (Masàs) premiato nel 2001 dalla A. M. Qattan Foundation di Londra come migliore opera prima, da lei tradotto nel 2007 con Argo: “una indifferenza emotiva che per migliaia di individui è l’unico modo di difendersi dall’orrore”. Come cerca di difendersi dal dramma la ragazzina, protagonista del romanzo, che, durante il funerale del fratello, è preoccupata per tutto il tempo di coprire con la mano un buco sul ginocchio sinistro dei suoi pantaloni di velluto blu.

In italiano sono tradotti, oltre al romanzo Sensi (trad. di Monica Ruocco, Argo ed., 2007), anche la raccolta di racconti Pallidi segni di quiete (a cura di M. Ruocco – Argo ed., 2014), e pubblicazioni uscite su varie riviste letterarie. Le sue opere sono tradotte anche in inglese, francese, ebraico.

Adania Shibli è a Napoli, ospite della rassegna Femminile palestinese il 23 ottobre 2018, alle 16,30 presso la sala conferenze di Palazzo Du Mesnil, (via Chiatamone 61) con lei dialoga Monica Ruocco, docente di lingua e letteratura araba dell’Università degli studi di Napoli “l’Orientale” – dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo. Inoltre il giorno dopo, il 24 ottobre, alle 18,00, presso la libreria Tamu (via Santa Chiara 10), la Shibli incontra la scrittrice Selma Dabbagh, in un confronto letterario, moderato da Monica Ruocco. 
La Dabbagh è autrice di Fuori da Gaza, (trad di B. Benini – Il Sirente ed., 2017), suo primo e acclamato romanzo, “Gardian Book of the year” nel 2012 e tradotto anche in francese e arabo. Nata a Dundee, in Scozia nel 1970, è una scrittrice britannica, di madre inglese e padre palestinese originario di Jaffa. Ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein e ha lavorato come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra.

La rassegna, quest’anno alla quinta edizione, è promossa e sostenuta dal Centro di Produzione Teatrale Casa del Contemporaneo, in partenariato con Regione Campania, Università degli studi di Napoli l’Orientale, Accademia di Belle Arti di Napoli, Università degli studi di Salerno, Comune di Salerno, Fondazione Salerno Contemporanea, Comunità palestinese Campania, Nena News Agency. La programmazione prosegue nel 2019, fra gennaio e marzo, qui di seguito alcuni degli appuntamenti:

Comunica la Palestina: una narrazione diversa, in collaborazione con il Corso di Design della Comunicazione dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, il progetto coinvolge 15 designer della comunicazione italiani per la creazione di poster con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso una narrazione diversa da quella dominante. I vari lavori a gennaio saranno oggetto di una mostra, di un catalogo e di una tavola rotonda sul tema della comunicazione sociale e sull’importanza di coniugare l’arte all’impegno politico e sociale.

A marzo, per la prima volta in Italia, il concerto con la band siriano-palestinese Hawa Dafipresso il teatro Ghirelli di Salerno. Dalle Alture del Golan, il gruppo ha sviluppato un’identità musicale unica fondendo strumentazione araba, jazz, rock energico, reggae e musica gitana. È previsto poi un incontro con gli studenti del corso di laurea di letteratura araba in Università Orientale a Napoli e infine una jam-session a Napoli.

Invece “Cinema, hummus e falafel” è il momento dedicato al cinema e al cibo palestinese: Fra cielo e terra” di Sahera Dirbas, “Farid” di Ashraf Shakah, “The fading Valley” di Irit Gal saranno proiettati presso il teatro Ghirelli di Salerno accompagnati da hummus e falafel.

E poi reading (Voci di scrittori arabi di ieri e di oggi curato da Isabella Camera D’Afflitto, Bompiani – 2017), presentazioni di libri (di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, Israele, mito e realtà – ed. Alegre, 2018) e spettacoli teatrali completeranno la programmazione. 

* ideatrice e curatrice della Rassegna Femminile Palestinese

 
pubblicato su Nena-news
http://nena-news.it/femminile-palestinese-la-scrittrice-adania-shibli-a-napoli/

Intervista con la scrittrice palestinese Adania Shibli ospite a Napoli di «Femminile palestinese». Nata in un villaggio dell’alta Galilea, dell’autrice sono stati tradotti «Sensi» e «Pallidi segni di quiete». Vincitrice del premio della fondazione A. M. Qattan, la sua scrittura dialoga con una dura storia collettiva
di Roberto Prinzi

Raccontare il dolore, l’estraniamento, l’umiliazione quotidiana causate dall’occupazione israeliana della sua terra, la Palestina, soffermandosi su piccoli dettagli che, messi insieme, arrivano a indagare i sentimenti più nascosti dell’animo umano. È questa la cifra stilistica della scrittrice Adania Shibli, nata nel 1974 in un villaggio dell’alta Galilea e vincitrice tre volte del premio della fondazione A. M. Qattan.

Dell’autrice palestinese sono stati tradotti in italiano due libri: Sensi (nel 2007) e Pallidi segni di quiete (nel 2014) pubblicati entrambi da Argo. È stata ospite a Napoli ieri e l’altro ieri della quinta edizione della rassegna Femminile palestinese curata da Maria Rosaria Greco.

Lei scrive che i «palestinesi sono come dei detective alla ricerca della tracce di una vita scomparsa». Dove è il confine in Palestina tra visibile e invisibile?
Per me la questione è più chi decide i confini tra visibile e invisibile. Come primo passo del processo di oppressione, le autorità israeliane lavorano costantemente per cancellare la Palestina. Ciò avviene a molti livelli: dall’architettura dei paesaggi all’archeologia, dalla costruzione di strade per coloni alla distruzione e allo sradicamento di case e alberi. L’esistenza palestinese è poi spesso resa invisibile anche quando li si rende visibili soltanto in una situazione specifica: quando reagiscono alla violenza coloniale con mezzi violenti. E in questo anche i media ne sono responsabili.
Altro aspetto da sottolineare è la riduzione a silenzio delle voci palestinesi. Per le autorità israeliane la lingua araba è diventata uno strumento che identifica i palestinesi e, pertanto, va soppressa. La recente legge sulla nazionalità degrada l’arabo da lingua ufficiale a «lingua a status speciale» e ha come obiettivo quello di rendere il linguaggio invisibile. L’odio e la discriminazione verso i palestinesi inizia a un livello sonoro, non solo a quello visivo: ascoltarli, sentire la loro narrativa è insostenibile perché è una minaccia. Perciò la loro lingua (l’arabo) deve essere silenziata oltre che sabotata.

Nei suoi libri lei descrive il dolore, la solitudine, l’estraniamento causati dall’occupazione israeliana. Eppure, non c’è spazio per la resa e la disperazione perché si resiste cogliendo piccoli dettagli della vita: gli occhi verdi del vicino, il vento dei campi…
Non limiterei le cause del dolore, della solitudine e dell’estraniamento alla colonizzazione e occupazione israeliane perché queste sono caratteristiche umane. È vero che Israele riveste a riguardo un ruolo di primo piano, ma è più interessante osservare come gli esseri umani in generale coniugano questi sentimenti e si possano nascondere o scusare per quello che fanno grazie a loro. I dettagli di vita presenti nei miei testi possono essere sia di dolore che di solitudine, ma anche domini dove si può resistere. Se noti il vento nei campi perché sei solo, è pur vero che questa situazione ti rivela un aspetto della vita che è un momento fugace e prezioso che ti permette di resistere, di rimanere resiliente di fronte alla solitudine o al dolore.

Contro l’assurdità dell’occupazione, lei sembra suggerire – attraverso la sua scrittura – due forme di resistenza: la ricerca della bellezza e una sorta di autismo («tawwahud») emotivo. I fallimenti di decenni di lotta nazionale le hanno fatto perdere la fiducia nella storia collettiva?
L’occupazione non è affatto assurda: è pensata e misurata con modalità che causano ai palestinesi emozioni assurde e conflittuali, ponendoli ai margini della loro umanità. In una situazione simile, l’atto di scrivere può servire, ma non si materializza in una deliberata opposizione tra esperienze individuali e collettive. Scrivere, e probabilmente parlare e sentire, sono spesso i domini in cui un individuo crea una zona dove si protende verso gli altri abbandonando la propria individualità. La mia scrittura tenta probabilmente di contemplare lo spazio creato da queste esperienze singolari e cosa queste creano nella collettività. Non parlerei, tuttavia, di fallimenti politici palestinesi quando parliamo di storia collettiva. I palestinesi non possono essere colpevolizzati per i fallimenti a cui sono stati soggetti, ma sono responsabili quando cadono nelle trappole che Israele pone. I checkpoint, costruiti per insultarci, umiliarci e cancellarci come esseri umani, causano rabbia e vendetta, ma se si reagisce così, si adotta la posizione che l’occupazione israeliana ha concepito per noi. È qui il fallimento.

Nonostante la centralità della Palestina, lei ha detto che i suoi lavori sono «senza spazio e dislocati». Vuole rappresentare una condizione di sradicamento dell’umanità più generale?
In realtà non voglio rappresentare nulla perché farlo vuol dire assumere una posizione di potere. A me piace guardare, contemplare e riflettere. Se parte del mio lavoro è «senza spazio e dislocato», lo è puramente perché è il risultato di una contemplazione su come qualcuno possa esserlo.

La sua scrittura evoca costantemente immagini. Quanto la sua prosa, a tratti lirica, prende in prestito dalla grande tradizione poetica palestinese e dalle arti visive?
Forse la mia scrittura evoca immagini perché guardo e contemplo. La mia curiosità e i miei molteplici interessi formano il mio modo di scrivere. Non classifico però le influenze in base a categorie nazionalistiche. La lingua araba si materializza non solo per le cose che sono state scritte dai palestinesi, ma anche attraverso le traduzioni che sono state fatte in arabo. Tradurre in arabo ad esempio Wislawa Szymborska apre la mia lingua a nuove sensibilità e fa rientrare il suo lavoro nella grande tradizione poetica in arabo.

Contrariamente a quanto ha fatto lei, alcuni autori palestinesi d’Israele pubblicano anche (o solo) in ebraico. Come giudica la loro scelta?
La definizione «palestinesi d’Israele» è un’invenzione degli israeliani. Mi mette in una categoria che non ho scelto e in cui non consento di essere messa. Tutte queste divisioni [terminologiche] sono frutto della loro opera di colonizzazione. La scelta di scrivere in una lingua differente dall’arabo è una scelta personale: ognuno decide per sé. Io sono molto felice di essere nata di lingua araba. Che fortuna, in un mare di sfortuna. Nena News

Pubblicato su il manifesto in data 23 ottobre 2018

Continua la nostra rassegna con il doppio appuntamento dedicato alla letteratura. Protagonista è la scrittrice palestinese Adania Shibli, con noi sia il 23 che il 24 ottobre 2018.

Il primo giorno, alle 16,30 a Napoli presso la sala conferenze di Palazzo Du Mesnil. Adania Shibli dialoga con Monica Ruocco, docente di lingua e letteratura araba dell’Università degli studi di Napoli “l’Orientale” – dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo.

La scrittrice, nata nel 1974 nell’alta Galilea, è considerata una delle voci più importanti della letteratura contemporanea palestinese. Oggi vive tra Berlino, Ramallah e Gerusalemme. Vincitrice di numerosi premi, attira l’attenzione di scrittori e critici palestinesi, tra cui Mahmud Darwish che la invita a pubblicare i suoi racconti sulla rivista al-karmil, da lui fondata a Beirut nel 1981, e ripubblicata a Ramallah dal 1996.
Adania Shibli
“Crescere in Palestina vuol dire essere sottoposti al tentativo di Israele di far scomparire i palestinesi”, racconta in un’intervista la Shibli, che oppone a questo l’affermazione della propria identità, a iniziare dalla lingua. Sebbene conosca perfettamente l’inglese e l’ebraico, Adania scrive in arabo dedicando una particolare attenzione all’aspetto linguistico, con una potenza narrativa essenziale e spesso fatta di immagini. Con lei si delinea un nuovo modo, molto interessante, di fare letteratura nei territori occupati.

In italiano sono tradotti il romanzo Sensi (trad. di Monica Ruocco, Argo ed., 2007) e la raccolta di racconti Pallidi segni di quiete (a cura di M. Ruocco – Argo ed., 2014), oltre a pubblicazioni uscite su varie riviste letterarie.

Il secondo giorno dopo, 24 ottobre, presso la libreria Tamu in via Santa Chiara 10, la Shibli invece incontra la scrittrice Selma Dabbagh, in un confronto letterario, moderato da Monica Ruocco. La Dabbagh è autrice di Fuori da Gaza, (trad di B. Benini – Il Sirente ed., 2017).

Selma Dabbagh, nata a Dundee, in Scozia nel 1970, è una scrittrice britannica, di madre inglese e padre palestinese originario di Jaffa. La Dabbagh ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein e ha lavorato come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra. “Fuori da Gaza” è il suo primo e acclamato romanzo, “Gardian Book of the year” nel 2012, è stato tradotto in francese e arabo.

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La rassegna Femminile palestinese

L’evento fa parte della quinta edizione di “Femminile Palestinese”, rassegna che si tiene prevalentemente fra Napoli e Salerno, e che prosegue con altri appuntamenti previsti nel prossimo anno. Il programma 2019 si svilupperà soprattutto fra gennaio e marzo, con la realizzazione di un progetto di comunicazione in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli: “Palestina-Israele. Oltre la narrazione” che coinvolge 15 designer della comunicazione italiani per la creazione di poster con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso una narrazione diversa da quella dominante. I vari lavori poi saranno oggetto di una mostra, di un catalogo e di una tavola rotonda, sul tema della comunicazione sociale e sull’importanza di coniugare l’arte all’impegno politico e sociale. La mostra sarà a cura di Pino Grimaldi, docente di design in Accademia di Belle Arti di Napoli.
A marzo, per la prima volta in Italia, il concerto con la band siriano-palestinese Hawa Dafi, presso il teatro Ghirelli di Salerno. Dalle Alture del Golan, il gruppo ha sviluppato un’identità musicale unica fondendo strumentazione araba, jazz, rock energico, reggae e musica gitana. È previsto poi un incontro con gli studenti del corso di laurea di letteratura araba in Università Orientale a Napoli e infine una jam-session a Napoli con altri musicisti nazionali.
Invece “Cinema, hummus e falafel” è il momento dedicato al cinema e al cibo palestinese: “Fra cielo e terra” di Sahera Dirbas, “Farid” di Ashraf Shakah, “The fading Valley” di Irit Gal saranno proiettati presso il teatro Ghirelli di Salerno accompagnati da hummus e falafel.
Infine reading (Voci di scrittori arabi di ieri e di oggi curato da Isabella Camera D’Afflitto, Bompiani – 2017), presentazioni di libri (di Chiara Cruciati e Michele Giorgio, Israele, mito e realtà – ed. Alegre, 2018) e spettacoli teatrali completeranno la programmazione.

“Femminile palestinese” parla di Palestina attraverso la sua cultura e la voce delle sue donne, o comunque tramite il contributo di studiose della cultura e della società palestinese. La rassegna è scandita dalla presenza di giornaliste, arabiste, registe, storiche, antropologhe, cuoche, scrittrici, artiste, musiciste, etc., di donne in grado di attivare percorsi culturali diversi che ridisegnano e mettono in discussione i confini e le narrazioni dominanti. I linguaggi usati sono svariati per intercettare i diversi interessi in maniera trasversale. Il cinema, l’arte, il teatro, la letteratura, la musica, l’analisi giornalistica, l’approfondimento scientifico, la cucina, sono solo alcuni dei temi che animano il progetto, riuscendo ad arrivare a un pubblico ampio e differenziato. Con le ultime edizioni la rassegna si colloca fra le manifestazioni di rilievo a livello nazionale che promuovono la cultura araba e in particolare quella palestinese.

Il progetto è promosso e sostenuto dal Centro di Produzione Teatrale Casa del Contemporaneo, con il partenariato di Università degli studi di Salerno, Università degli studi di Napoli l’Orientale, Comune di Salerno, Fondazione Salerno Contemporanea, Accademia di Belle Arti di Napoli, Comunità palestinese Campania, Nena News Agency. Il quotidiano Il Manifesto è media partner.

INTERVISTA. Tempi presenti. Un’intervista con l’antropologa Ruba Salih, ospite ieri della rassegna «Femminile Palestinese» curata da Maria Rosaria Greco, su decolonizzazione e libertà accademica. «Il meccanismo attraverso cui una cultura giustifica la violenza gli permette di autoescludersi da essa»

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Roma, 3 marzo 2018, Nena News – A settant’anni anni dalla Nakba e la fondazione dello Stato di Israele il popolo palestinese vive da rifugiato, apolide e disperso. Dentro la Palestina storica la colonizzazione israeliana prosegue incessante, supera le frontiere ed entra nel linguaggio, la produzione del sapere, la narrativa internazionale.

Il processo di «memoricidio», come l’ha definito lo storico israeliano Ilan Pappe, ha permesso a Israele di radicare nell’immaginario collettivo miti che non hanno riscontro storico, un’idea di Israele che plasma una storia e forgia un linguaggio, quelli del vincitore.

Ne abbiamo discusso con Ruba Salih, antropologa italo-palestinese e docente alla Soas dell’Università di Londra. Con Pappe è stata all’Università di Salerno ieri per discutere di «Decolonizzazione e libertà accademica», evento della rassegna Femminile Palestinese curata da Maria Rosaria Greco.

Cosa significa decolonizzare l’accademia?

Gli effetti del processo coloniale del secolo scorso, la cui espressione attuale è l’occupazione israeliana, rimbalzano nel mondo accademico, non esistendo una produzione del sapere isolata dagli avvenimenti politici esterni. Si vede nei programmi, le politiche delle università, i testi spesso distorti in quanto riproduttori di canoni coloniali. La decolonizzazione si realizza in primo luogo individuando i legami che la produzione del sapere ha con l’apparato economico, militare e politico responsabile dei processi neocoloniali.

In secondo luogo svelando i modi in cui l’università riproduce una politica economica non neutrale ma basata su rapporti di potere: attraverso corporation e investimenti in paesi in cui tali processi sono in atto e attraverso l’ammissione di studenti di una certa classe o etnia, decidendo a priori chi diventerà élite e chi ne sarà escluso. In terzo luogo agendo sulla cultura politica quotidiana, ripensando la performatività dell’insegnamento e le modalità di rapporto con persone che non hanno la stessa tradizione pedagogica o epistemologica.

Infine, decolonizzando il sapere: analizzare come i paradigmi neocoloniali sono riproposti nella letteratura, ancora improntata sul sapere bianco, maschile, di upper class, che rappresenta culture e popoli diversi come soggetti chiusi e statici, oggetti di ricerca estranei alla loro dimensione politica e culturale. Una forma di feticismo.

In Italia sono stati cancellati eventi, anche da università, incentrati sulla Palestina. Lei è stata protagonista di un simile atto di censura. Cosa è successo?

A novembre avevo organizzato un evento con Omar Barghouti all’Università di Cambridge. L’ateneo lo ha cancellato e io sono stata accusata di non essere neutrale. Un attacco gravissimo, che prelude alla messa in discussione della mia capacità di insegnamento, e al mondo accademico in sé perché la censura è giunta nel quadro di Prevent, la legge britannica anti-terrorismo e anti-radicalizzazione. La sua oscura implementazione ha trasformato le università in luoghi di sospetto dove la libertà di espressione si è assottigliata.

E Prevent ha un capitolo dedicato alla questione palestinese, etichettata come area di radicalismo. Professori e studenti si sono mobilitati: sono state raccolte firme e il caso è stato reso pubblico. Cambridge è stata accusata di violazione della libertà di espressione e di insegnamento. E alla fine si è scusata, dicendo di aver ceduto alle pressioni di quelle che ha definito lobby. In Inghilterra sono fortissime, gruppi con la missione di limitare le espressioni di solidarietà con la Palestina.

Intervengono con diverse strategie: l’ambasciatore israeliano fa il giro delle università come ospite; attivisti pro-israeliani intervengono sistematicamente nei dibattiti per ridicolizzare la discussione, accusare di antisemitismo o filmare i presenti, compiendo violenza psicologica. Si difendono parlando di libertà di parola, che però non vale in senso positivo visto che ci impediscono di esercitare la nostra. Promuovono un’idea asettica e neo-liberal della neutralità, che si applica solo ad alcuni ambiti.

In un suo saggio su islamismo e femminismo parla della necessità di superare «l’approccio etnocentrico con cui molta parte del pensiero femminista occidentale ha per lungo tempo guardato ad altre esperienze di emancipazione, soprattutto nel mondo islamico». Siamo fermi alla visione coloniale del secolo scorso, paternalismo e superiorità intellettuale?

Oggi non esiste nemmeno più l’approccio paternalistico verso le donne dei paesi colonizzati, quella missione «civilizzatrice» che il colonizzatore si attribuiva. Si è andati oltre gerarchizzando l’umanità. Con la rinascita di movimenti neofascisti non c’è più bisogno di produrre un discorso legittimizzante: l’altro non esiste in quanto essere umano. Macerata ha palesato l’approccio suprematista che cancella il discorso culturale con cui il colonialismo si legittimava. Scompare anche la «curiosità» che mosse i colonizzatori, una conoscenza mirante al controllo in senso foucaultiano. Oggi l’interesse alla conoscenza non c’è perché una parte di umanità va esclusa ai fini dello sviluppo generale. Su questo ha un ruolo anche l’accademia dove riemergono pericolose riabilitazioni di rappresentazioni coloniali, che nella pratica pesano su studenti di una certa provenienza, sottoposti a draconiane misure di controllo.

Rientra in tale contesto anche il superficiale approccio all’Islam, etichettato come religione di oppressione femminile?

Si è fermi all’idea coloniale della donna come priva di volontà e capacità di decidere per sé. Il discorso è simbolico e politico: sui corpi delle donne si costruisce il senso della nazione e si misurano i suoi confini rispetto alle altre. La questione in Occidente non attiene alla donna in sé, ma alla necessità di giustificare l’enorme violenza che le società occidentali esercitano sulle donne.

Pensiamo alle due giovani uccise in Italia con quasi identiche modalità, Pamela a Macerata e Jessica a Milano: nel primo caso un paese si è mobilitato fino a un attentato terroristico quasi legittimato; sul secondo è calato il silenzio, seppur si tratti di identica violenza esercitata da un uomo. Il meccanismo attraverso cui una cultura giustifica la violenza gli permette di autoescludersi da quella violenza, riproponendo l’idea che il male sia altrove.

Domani, a Salerno, prenderà parte alla rassegna «Femminile palestinese», che racconta la Palestina attraverso le voci delle donne…

Il movimento delle donne in Palestina è vecchio di cento anni, inserito in una società tradizionale dove coestistono movimenti femministi, religiosi, comitati popolari, dove la resistenza è quotidiana. In Palestina dove c’è politica ci sono le donne, come ci sono nella produzione culturale e artistica di cui spesso hanno influenzato se non modificato la narrativa (penso a scrittrici come Sahar Khalifeh o poetesse come Fadwa Tuqan). Eppure per lungo tempo l’occupazione israeliana ha guardato alle donne palestinesi come soggetti fragili e quindi oggetto di minore violenza diretta. Non per umanità ma per una struttura mentale coloniale che guarda alla società palestinese come retrograda e patriarcale.

Oggi il cambiamento è dirompente: se nella Prima Intifada c’è stata una sospensione dei ruoli di genere, perché le donne partecipavano alle diverse forme di disobbedienza civile e alla costruzione della società esattamente come gli uomini, oggi le donne – lo dimostra Ahed Tamimi – hanno ripreso un ruolo su tutti i livelli, anche quello fisico, ponendo i loro corpi contro l’occupazione. È una presenza che parla agli uomini palestinesi ma anche all’occupazione, un doppio processo di de-mascolinizzazione.

Da giorni le università britanniche sono in sciopero. Quali le ragioni?

È il più grande sciopero della storia accademica britannica contro il progetto di far dipendere le pensioni dall’andamento del mercato: si profila un dimezzamento della pensione. Ciò significa che chi non viene da famiglie benestanti sarà escluso dal mondo accademico. È un attacco generalizzato alla cultura, giustificato con la bugia del deficit. Ma se gli studenti pagano in media 9mila sterline l’anno, gli atenei licenziano, ristrutturano e non reinvestono in borse di studio o programmi educativi. Al contrario raddoppiano gli stipendi dei manager e investono nel settore immobiliare. Nulla di nuovo nel panorama del neoliberismo. Di nuovo c’è il mix tra delegittimazione degli accademici e guerra dei ricchi ai poveri. Nena News

 

di Maria Rosaria Greco*

Roma, 26 febbraio 2018, Nena News – “Palestina, decolonizzazione, libertà accademica” è il tema dell’incontro con cui ritorna la rassegna Femminile palestinese, quest’anno alla quinta edizione. Il 2018 inizia con la presenza dello storico israeliano Ilan Pappe (University of Exeter) e dell’antropologa italo-palestinese Ruba Salih (SOAS – School of Oriental and African Studies, University of London) il 2 marzo 2018, alle ore 10.30, presso l’Aula Vittorio Foa del DSPSC (Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione) dell’Università di SalernoCon loro intervengono Giso Amendola, Sociologia del diritto (Università di Salerno) e Gennaro Avallone, Sociologia urbana (Università di Salerno). L’incontro è aperto a tutti.

La decolonizzazione culturale della Palestina è il focus che entrambi gli ospiti, protagonisti del panorama accademico internazionale, analizzano da anni. Ruba Salih, professore associato all’Università SOAS di Londra, è anche membro del Consiglio arabo per le scienze sociali e fondatrice del sottocomitato per la libertà accademica nella regione araba. Ilan Pappe, in Palestina e Israele: che fare? (Fazi editore), scritto a quattro mani con il linguista Noam Chomsky, riflette proprio sull’importanza di utilizzare parole come “decolonizzazione” al posto di “processo di pace”, oppure “pulizia etnica” al posto di “Nakba” per poter ribaltare significati che da sempre si inseguono nella continua confusione fra vittima e carnefice. A 70 anni dalla fondazione dello Stato di Israele e quindi dalla pulizia etnica della Palestina, iniziata nel 1948, “decolonizzazione” e “libertà accademica” sono temi centrali attorno ai quali si fonda tutta la sua ricerca e il suo lavoro che sfida, da sempre, la narrazione della storiografia ortodossa israeliana.

Decolonizzare significa non solo interrompere e smantellare il colonialismo da insediamento sul territorio, avviato nel 1948, continuato nel 1967, e ampiamente attivo oggi in Palestina, ma anche contrastare la sistematica azione che Pappe definisce di “memoricidio”cioè la narrazione del progetto sionista nella società israeliana e nella comunità internazionale. Lo storico ne parla nei suoi libri, in particolare negli ultimi due pubblicati nel 2017: Ten myths about Israel (Dieci miti su Israele) The biggest prison on earth: a history of the occupied territories (La più grande prigione al mondo: una storia dei territori occupati).

Nel primo, con una puntuale analisi storica, esamina le idee più contestate riguardo alle origini e all’identità di Israele. Spiega come la disinformazione storica, anche recente, promuova l’oppressione, l’ingiustizia e protegga un regime di colonizzazione. Uno dei miti affrontati, per esempio, è l’affermazione sionista secondo cui la Palestina era una terra vuota. I registri ottomani del 1878 parlano di una popolazione pari a quella odierna in Israele/Palestina di cui l’87% erano musulmani, il 10% cristiani e il 3% ebrei. E la Palestina non era un deserto, ma una fiorente società araba con una rete costiera di porti e città molto attive nei collegamenti commerciali con l’Europa, mentre le fertili pianure interne intrattenevano scambi commerciali con le regioni vicine dell’entroterra. Dunque quella “terra vuota” era parte di un ricco mondo del Mediterraneo orientale che nel XIX secolo si avviava verso processi di modernizzazione e nazionalizzazione.

Nel secondo libro, The biggest prison on earth: a history of the occupied territories Ilan Pappe invece racconta di insediamenti, posti di blocco e punizioni collettive assolutamente pianificate in quanto parte del progetto sionista di colonizzazione. Lo storico spiega con chiarezza il meccanismo creato per governare in maniera efficace milioni di palestinesi, che vivono in una prigione a cielo aperto da 50 anni. Questo libro è stato selezionato per il “Palestine Book Award 2017, e, come il primo, è stato pubblicato nel cinquantesimo anniversario della guerra del 1967, cioè a 50 anni dall’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Entrambi non sono ancora tradotti in italiano.

Soltanto un mondo accademico libero e autonomo potrà dare sostegno alla resistenza popolare dal basso che continua, senza sosta, quella resistenza civile di chi ogni giorno protesta contro il muro dell’apartheid, contro l’esproprio delle terre, di chi fa lo sciopero della fame perché prigioniero politico. I media non ne danno notizia. Spetta al mondo scientifico, della cultura, degli atenei, quindi, argomentare e instaurare un dibattito onesto in assoluta indipendenza.

Ruba Salih è a Salerno per la prima volta, ospite di “Femminile palestinese”. Il suo ultimo libro Musulmane rivelate: donne, islam, modernità (Carocci Editore) parla della condizione della donna secondo l’Islam e nei paesi arabi attraverso storie di donne e attraverso la sua lettura di un mondo, quello arabo, di cui è profonda conoscitrice. Nel libro le sue riflessioni sono un’occasione per rivedere convinzioni e pregiudizi ormai consolidati. L’antropologa italo-palestinese studia e scrive su questioni di genere e migrazione transnazionali in Europa, Medio Oriente e Nord Africa, con un focus specifico sulla Palestina e i suoi rifugiati.

In un suo precedente saggio su femminismo e islamismo afferma che “mai come ora è necessario trovare delle concettualizzazioni del femminismo che si pongano in un’ottica di superamento nei confronti di quell’approccio etnocentrico con cui molta parte del pensiero femminista occidentale ha per lungo tempo guardato ad altre esperienze di emancipazione, soprattutto nel mondo islamico” nel tentativo di “superare un’unica epistemologia femminista per avviare una nuova concezione del femminismo che sia in grado di cogliere le specificità culturali all’interno delle quali una molteplicità di movimenti femminili in diverse società avanzano richieste di diritti e di riconoscimento”.

Ilan Pappe è già stato ospite della rassegna “Femminile palestinese”, ritorna a Salerno per la terza volta. Uno dei più autorevoli storici israeliani, di sicuro stella polare per chi vuole ricomporre i tasselli di una corretta ricostruzione storica in contrasto con la storiografia ufficiale, ancora più necessaria oggi nel settantesimo anniversario della nascita dello stato israeliano, a 70 anni, cioè, dalla pulizia etnica della Palestina. Lo ha spiegato nel suo libro più famoso La pulizia etnica della Palestina” (Fazi editore), di cui ci ha parlato nel primo incontro salernitano nel 2015, che aveva lo stesso titolo. Secondo Pappe “il ruolo dello storico è quello di parlare non solo di cosa è accaduto nel passato, ma di spiegare perché il passato è importante per noi oggi nel presente” aggiungendo che “l’impegno dell’accademico nasce dal dovere morale nei confronti dell’umanità”.

Tutto il suo discorso, una sorta di lectio magistralis, è diventato poi un libro bilingue Di storia in storia – From tale to tale (edizioni Oèdipus) di cui esce in questi giorni la seconda edizione. Già in quello stesso discorso (e quindi nel libro Di storia in storia) lo storico parla anche dell’importanza del linguaggio, tema poi affrontato nel suo secondo incontro salernitano “Linguaggio, comunicazione, decolonizzazione” del 2016Lo storico ci ricorda che è necessario superare quel linguaggio tipico di una vecchia ortodossia pacifista, in cui le espressioni più usate erano “processo di pace” o “negoziati” o ancora “conflitto israelo-palestinese”.

Ilan Pappe suggerisce di sostituire queste parole con un vocabolario nuovo che spinga verso un radicale cambiamento dell’opinione pubblica. Per esempio quanto accadde nel 1948 in Palestina non va definito semplicemente una catastrofe (Nakba), ma appunto una vera pulizia etnica, proprio per potere individuare di conseguenza una vittima e un aggressore, punto di partenza essenziale per cercare una riconciliazione. La comunità internazionale riconosce la pulizia etnica come crimine per cui, definire in questo modo preciso l’esodo forzato di circa 750.000 persone, permetterebbe una puntuale connotazione di quei fatti e Israele potrebbe rinascere da una corretta assunzione di responsabilità.

Era inevitabile dunque che Ilan Pappe fosse ospite della rassegna Femminile palestinese per una terza volta, esattamente nel settantesimo anniversario della nascita di Israele, per analizzare lo scenario attuale e approfondire il tema della libertà accademica, strumento essenziale di decolonizzazione.

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La rassegna. Femminile palestinese, quest’anno alla quinta edizione, continua l’analisi dello scenario contemporaneo in Palestina a 70 anni dalla fondazione dello stato israeliano, avvenuta nel 1948. In questa riflessione, il ruolo della donna è ancora una volta centrale per i percorsi culturali che sa attivare e per come sa ridisegnare e mettere in discussione i confini e le narrazioni dominanti. La rassegna è scandita dalla presenza di giornaliste, arabiste, registe, antropologhe, cuoche, scrittrici, artiste, musiciste, studiose della cultura e della società palestinese.

In particolare, l’edizione 2018 ha in programma la realizzazione del progetto “Palestina-Israele. Oltre la narrazione in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli: 15 designer della comunicazione verranno chiamati a una campagna di sensibilizzazione sulla questione palestinese, ognuno di loro quindi dovrà creare un poster che porti avanti una narrazione diversa da quella dominante. I prodotti finali saranno poi oggetto di una mostra, un catalogo e una tavola rotonda sul tema della comunicazione sociale. Il programma, poi, vede la presenza della scrittrice palestinese Adania Shibli in un incontro organizzato in collaborazione con l’Università di Napoli l’Orientale. Ancora spazio, infine, a cinema e gastronomia palestinesi con l’evento “Cinema, hummus e falafel” che prevede la proiezione di “Fra cielo e terra” di Sahera Dirbas, “Farid” di Ashraf Shakah, “The fading Valley” di Irit Gal, accompagnati da hummus e falafel. Reading, presentazioni di libri e spettacoli teatrali completeranno la programmazione.

Il progetto è promosso e sostenuto dal Centro di Produzione Teatrale Casa del Contemporaneo in partenariato con Università di Salerno, Università di Napoli l’Orientale, Fondazione Salerno Contemporanea, Accademia di Belle Arti di Napoli, Comunità palestinese Campania, Nena News Agency. Il quotidiano Il Manifesto è media partner.

*curatrice della rassegna

Meiroun

Questo disegno Hawa-Blad di Meiroun ميرون, su gentile concessione di Amal Ziad Kaawash è stata l’immagine simbolo della rassegna Femminile palestinese del 2014.

Scrive Paola Viviani della Seconda Università di Napoli, come Meiroun, creata dalla Kaawash, sia “una figura emblematica che si ricollega magistralmente a tante eroine letterarie arabe il cui desiderio di libertà e autonomia, al pari di quello delle loro sorelle e compagne in carne e ossa, si è sovente espresso e concretizzato attraverso la simbologia del velo e dei capelli, più o meno visibili o del tutto liberi da costrizioni.
(..) Oggi Meiroun mostra finalmente il proprio viso al pubblico, che ben ne conosce il profilo in ombra, a stento illuminato dalla pur brillante luna (..) il corpo celeste, la Palestina agognata.
I capelli di Meiroun, da sempre stretti in due trecce sollevate dal vento, sono ora sciolti e si librano con elegante e festante disinvoltura verso l’alto, assumendo la forma di note che rivelano la loro intrinseca natura, ossia di frammenti armonici che vogliono dar voce all’anelito di libertà”.

Amal aveva disegnato e dedicato questa sua immagine a una amica che viveva a Gaza e con la quale aveva condiviso il sogno di tornare finalmente insieme al villaggio dal quale le loro famiglie erano state cacciate nel 1948, che si chiama Meiroun appunto. Le due colombe presenti dentro alla luna cosi grande e vicina sono quindi le due amiche ormai vicine al raggiungimento del loro sogno.
Meiroun è una creatura apparentemente fragile, indifesa, ma che continua in maniera struggente a pensare al ritorno, a sognare la luna. Incarna la forza e la determinazione di un popolo che non si arrende. Amal in un’intervista spiega che per lei “Meiroun rappresenta tutti i palestinesi, tutte le donne arabe e tutte le donne del mondo”.

Amal Ziad kaawash sarà con noi a Salerno il 18 settembre p.v per la prima volta in Italia https://www.facebook.com/events/361995894188141/

Ibrahim Nasrallah è un gigante dal punto di vista letterario e dal punto di vista umano. Ha toccato le corde più intime di tutti i presenti il 20 maggio scorso nel reading “se i poeti perdono”. Vogliamo ringraziare tutti per il calore, per la sala gremita dall’inizio alla fine, per aver rafforzato in noi l’idea di andare avanti.

«In quella città bella e lontana, nel cortile ricoperto d’erba, ogni cosa cantava, la gente danzava. Disse: “va dalla puledra, invitala a ballare”. Ero timido. Se i poeti perdono non vince il mondo»

di Maria Rosaria Greco 

 

Ibrahim Nasrallah è uno dei massimi poeti palestinesi, ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il prestigioso “Sultan ’Aways” per la poesia nel 1997. È anche scrittore, oltre che insegnante, giornalista, critico cinematografico, pittore, fotografo.  Il 20 maggio 2016 è nostro ospite nella rassegna FEMMINILE PALESTINESE che curo a Salerno dal 2014. Insieme a lui sono presenti  Simone Sibilio, docente di letteratura araba alla Ca’ Foscari di Veneziache presenta la sua produzione e Omar Suleiman che legge alcuni suoi brani.

Le sue opere si diffondono  in Occidente  dove vengono tradotte in diverse lingue. Ha pubblicato moltissimo: romanzi, libri per bambini, saggi e, ovviamente, molte raccolte di poesie. In italiano sono stati tradotti due suoi romanzi , “Febbre” (Edizioni Lavoro 2001, trad. Capezzone), “Dentro la notte. Diario palestinese” (Ilisso 2004, trad. Dahmash) e una raccolta di poesie “Versi” (Edizioni Q 2009, trad. Dahmash).

Nasce nel 1954, 6 anni dopo la Nakba, nel campo profughi di Wihdat in Giordania, figlio di genitori palestinesi originari di un villaggio vicino Gerusalemme che hanno dovuto lasciare dopo il 1948. La sua infanzia nel campo profughi e l’esperienza della diaspora sono un marchio indelebile nella sua vita e nelle sue opere. Crescendo trova conforto nella conoscenza della cultura internazionale, inizia a leggere e studiare da solo, attraverso la letteratura infatti riesce a volare oltre ogni confine e conosce il mondo. Conosce perfettamente anche i nostri autori: Dante, Manzoni, Pirandello, Montale, Calvino. Tutta la cultura, la letteratura araba e occidentale, rappresentano per lui una rinascita, un grembo materno che lo accoglie, lo nutre e gli dona una nuova vita, una dimensione umana che era stata sottratta, a lui e al suo popolo.

La terza edizione della rassegna “femminile palestinese” ha come sottotitolo “l’occupazione oggi” perché Il focus quest’anno è analizzare qual è la situazione della Palestina oggi, dopo quasi 70 anni di occupazione. Ed è proprio il tema dell’occupazione, del colonialismo, che è presente nelle opere di Nasrallah come un filo conduttore di una nostalgia struggente che solo nella poesia trova riparo. “Se perdono i poeti, non vince il mondo”scrive in una sua poesia. Per lui l’occupazione, ovunque si trovi nel mondo, è la massima espressione di razzismo perché impedisce a un popolo la propria autodeterminazione, appropriandosi della vita delle persone, decidendone il destino. Chi vive sotto occupazione viene privato dei propri sogni, della propria libertà, delle forme più semplici di vita.

È una scrittura altissima quella di Ibrahim Nasrallah che intercetta le emozioni che sgorgano dagli oggetti, dalle storie, dai personaggi per raccontare la pulizia etnica e la diaspora dei palestinesi, ma anche per tutelare i diritti violati delle categorie più esposte. In “Balcony of disgrace” (balcone del disonore) affronta il tema del delitto d’onore, descrivendone la crudeltà e lo scenario di degrado sociale.  Le vittime di questo crimine sono donne innocenti private ​​dei loro diritti. Nasrallah analizza la condizione della donna araba, in particolare nelle classi sociali più povere e, attraverso i personaggi del romanzo, rivisita il significato di concetti dominanti  come onore, virtù, purezza, virilità. È attraverso la letteratura che lo scrittore stimola il cambiamento. Nasrallah scrive questo romanzo dopo aver letto un rapporto delle Nazioni Unite nel 2009 che definiva il numero dei delitti d’onore: ogni anno in tutto il mondo circa 5000 donne sono vittime di questo crimine.

Altro tema molto caro a Nasrallah sono i giovani e in particolare il diritto all’infanzia serena che troppi bambini palestinesi e arabi vedono quotidianamente calpestato. Lui cresciuto in un campo profughi sa molto bene cosa significa essere ragazzi di strada, senza opportunità di crescita culturale, continuamente umiliati e privati di qualsiasi speranza o sogno dall’esercito israeliano.  Nel 2014 partecipa al progetto Climb of Hope (La Scalata della Speranza) promosso dal Pcrf (Fondo di soccorso ai bambini palestinesi – Palestine Children’s Relief Fund), che prevede la scalata del monte Kilimanjaro da parte di Yasmin e Mutassem, due adolescenti palestinesi accompagnati da un gruppo di volontari. I due ragazzi hanno una sola gamba: lei, Yasmin, viene investita a tre anni da un veicolo dell’esercito israeliano di fronte a casa sua, a Ramallah, lui, Mutassem, di Gaza, gli viene amputato l’arto a seguito di un bombardamento israeliano. Il progetto vuole attirare l’attenzione del mondo sui tanti giovani arabi morti o divenuti disabili, per ferite conseguenti a bombardamenti o alla “normale” occupazione militare. Climb of Hope  ha lo scopo di raccogliere fondi per garantire loro cure mediche, per trattarne i traumi psicologici  e per sostenere il loro futuro in vari modi, offrendo una speranza, un’opportunità.  Ibrahim Nasrallah  definisce questi ragazzi senza gambe “i figli della vita, i figli di un popolo che da un secolo combatte per la libertà e questo popolo non sarà mai sconfitto”.

La poesia e la letteratura secondo Ibrahim Nasrallah sono fondamentali per raccontare queste storie a tutto il mondo.  La cultura palestinese è la patria in cui rifugiarsi, il luogo in cui nutrirsi e rigenerarsi, come un vangelo, un corano, un libro sacro che codifica e scandisce i ritmi di una dimensione umana, laica e appassionata, tutt’ora negata a un popolo che invece non perde la speranza, ancorato alla vita e alla propria identità.  Il ruolo dell’intellettuale secondo Nasrallah è quello di guidare, sostenere.  Il poeta non può perdere. “In quella città bella e lontana, nel cortile ricoperto d’erba, ogni cosa cantava, la gente danzava. Disse: “va dalla puledra, invitala a ballare”. Ero timido. Se i poeti perdono non vince il mondo”

di Maria Rosaria Greco

 

Celebriamo questo 25 aprile 2016 con una liberazione simbolica: si chiama Dima al-Wawiha solo 12 anni, oggi è stata rilasciata dopo 75 giorni di detenzione in una prigione israeliana. Il motivo? Quale motivazione potrà mai giustificare questa gravissima violazione dei diritti umani e dell’infanzia? Unica nazione al mondo, secondo l’UNICEF, Israele applica leggi militari secondo le quali può imprigionare minori palestinesi considerati sospetti, anche se hanno 12 anni. Al contrario, ai coloni israeliani in Cisgiordania, viene applicato il diritto civile di Tel Aviv che non consente la detenzione per nessun minore sotto i 14 anni.

Sono felice di essere fuori. La prigione è brutta” ha dichiarato oggi Dima “Durante la mia permanenza in prigione ho sentito la mancanza dei miei compagni di classe, dei miei amici e della famiglia“. Una bambina che avrebbe il diritto di continuare la sua vita di bambina, Dima è la più giovane palestinese mai imprigionata.Arrestata a nord di Hebron il 9 febbraio scorso, mentre tornava da scuola, perché secondo i soldati israeliani nascondeva un coltello nello zaino. Alcuni testimoni raccontano una versione diversa: la ragazza sarebbe stata aggredita e portata via perché stava camminando vicino a un insediamento illegale. Dima viene condannata a quattro mesi e mezzo di carcere e al pagamento di una multa di 8000 shekels, viene ripetutamente sottoposta a duri interrogatori, senza la presenza di un rappresentante legale o un adulto della famiglia.

Sono circa 440 i minori palestinesi nelle carceri israeliane, secondo Defence for Children International – Palestine (DCI). Più di 100 di questi bambini sono tra i 12 e i 15 anni. Il Comitato dei Detenuti Palestinesi e l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, nel rapporto congiunto pubblicato il 17 aprile scorso, dichiarano che sono 7.000 in tutto i prigionieri palestinesi. Dal 1° ottobre 2015, l’esercito israeliano ha arrestato almeno 4800 palestinesi tra cui 1400 bambini, la maggior parte dei quali provenienti da Hebron e Gerusalemme.

Dima oggi è stata liberata anticipatamente anche grazie alla campagna di sensibilizzazione lanciata dal suo avvocato e dalla sua famiglia. Ma rimarrà in lei un segno indelebile, come dovrebbe essere anche per tutti noi. Un’altra infanzia spezzata, una storia di occupazione come tante, una storia Femminile palestinese invisibile agli occhi del mondo. Per questo, 25 aprile per noi è resistenza e liberazione da queste occupazioni. Resistenza è oggi come ieri contro ogni fascismo, in Italia come in Palestina e in tutto il mondo. Finché permetteremo crimini contro l’umanità, violazioni di diritti umani e civili come questi non possiamo sentirci liberi. Ci stringiamo a Dima, alla sua famiglia e al suo popolo che resistono.

Ai primi giornalisti che la volevano intervistare dopo la sua scarcerazione, Dima, che all’inizio era silenziosa, stringendosi alla madre, ha dichiarato “Non ho avuto paura e mi auguro che vengano liberati tutti i prigionieri”. Ha solo 12 anni.

5 anni fa veniva ucciso Vittorio Arrigoni, lo ricordiamo con questa poesia che scrive per lui Ibrahim Nasrallah. Il poeta e scrittore palestinese rifugiato in Giordania, Ibrahim Nasrallah, sarà a Salerno per la rassegna Femminile palestinese il 20 maggio p.v. Restiamo umani Vik

Hanno ucciso tutti
hanno ucciso tutti i minareti
e le dolci campane
uccise le pianure e la spiaggia snella
ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.
Per te sia buono il mattino.
Non ti hanno conosciuto
non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli
e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno
e delicato stillare di corda
e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.
Per te sia buono il mattino.
Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla
e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana
e una bambina triste
per un sogno semplice e buono
che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.
Per te sia buono il mattino.
No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato
intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi
non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento
che gioiosi traboccano e svettano come palme.
Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea
nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia
con i soli di dio nell’uva di Hebron,
non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato
non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato
non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato
la loro notte non si espone al sole
alla nobile gioia.
Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?
Che cosa diremo al nostro mare?
Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?
Alla nostra lunga dura notte?
Dormi! Tutta questa morte basta
a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.
Dormi bel bambino