Maldoriente

Chiudiamo la rassegna Femminile palestinese 2016 con un momento di grande intensità teatrale tutta al femminile. La raffinata interpretazione di Serena Gatti, ispirata ai romanzi di Suad Amiry, ha saputo mostrare con grande impatto la brutalità dell’occupazione. Con eleganza e leggerezza, ha puntato al cuore di tutti noi, portandoci per mano dentro alla vita di tutti i giorni, dentro ai diritti violati, al dolore, alle aspettative calpestate, alle umiliazioni reiterate, ma anche dentro alla forza e determinazione di un popolo che resiste. “Resteremo qua venti volte. All’infinito” 
Grazie a Serena e Raffaele di Azul Teatro, grazie a tutti gli amici che da Salerno e da fuori ci hanno seguito fino ad oggi, siete stati tantissimi e stupendi, davvero grazie. 
E grazie a Casa del Contemporaneo che ha sostenuto il nostro progetto culturale facendo una scelta coraggiosa e scomoda e inserendo quindi il nostro programma 2016 nel proprio cartellone. Casa del Contemporaneo ha dato spazio alla Palestina e alla sua cultura, esattamente mentre in Italia e in Europa vengono innalzate barriere e chiusure alle culture “diverse”. 
Resteremo qua venti volte. All’infinito..

La rassegna Femminile palestinese si è conclusa il 7 dicembre 2016 alle 21,00 presso la Sala Pasolini di Salerno, con lo spettacolo teatrale Maldoriente, ideato e interpretato da Serena Gatti, liberamente ispirato ai romanzi della scrittrice e architetto palestinese Suad Amiry, professore dell’università di Bir Zeit in Cisgiordania e direttore del Riwaq Centre for Architectural Conservation.

Lo spettacolo racconta le vicende di una donna palestinese costretta a vivere da clandestina nella propria terra natale e in cui il paesaggio viene trasformato giorno dopo giorno dal colonialismo da insediamento. E’ la storia di una donna per cui tutto diventa difficile: gli appuntamenti con il fidanzato, la cerimonia di nozze, ottenere la carta di identità, fra continue perquisizioni e valige in mano.

Maldoriente non è una pièce fatta da scene di sangue, di denuncia urlata, ma sa essere dura semplicemente con la descrizione della crudele vita quotidiana, animata da ricordi dolorosi, da dubbi, da pensieri contrapposti e struggenti. Sulla scena sono presenti soltanto una sedia e un piccolo tavolo, ma lo spazio teatrale viene totalmente riempito dall’interpretazione di Serena che, fra musica e danza, evoca i sentimenti di un popolo: speranze, delusioni, pazienza, rassegnazione, ironia, impotenza, frustrazione, paura, rabbia, ma anche forza, resistenza, riscatto.

Sono i pensieri di una donna simbolo di questo popolo la cui unica aspirazione è il rispetto dei propri diritti umani e civili calpestati. “La strada cambia, come quando torni a casa e trovi che la casa non c’è più” scrive Suad Amiry a cui si ispira la regista e performer pisana Serena Gatti, che nel 2005 fonda Azul Teatro.

Vivere in Palestina, amare, sposarsi, lavorare non sono diritti inalienabili come dovrebbe essere, perchè si tratta di una terra e di un popolo sotto assedio, a cui è costantemente negata l’identità culturale e politica.

 

 

La rassegna Femminile palestinese nel 2016 ha avuto come sottotitolo “l’occupazione oggi” perché ha voluto approfondire lo scenario contemporaneo, lo stato delle cose oggi in Palestina, dopo 68 anni di occupazione. Maldoriente, quindi, ci ha portato a riflettere proprio su questo tema analizzando la “normalità” della vita quotidiana, le difficoltà e le umiliazioni di chi vive sotto occupazione.

MALDORIENTE
Di e con: Serena Gatti
Disegno Luci: Marcello D’Agostino
Collaborazione artistica: Raffaele Natale

Produzione: Azul Teatro
in collaborazione con: Provincia di Pisa, Centro Nord-Sud

Il Centro di produzione teatrale Casa del Contemporaneo ha supportato l’intero programma della terza edizione della rassegna Femminile palestinese, facendo propria la sua mission e raccogliendo una sfida: parlare di Palestina attraverso la sua cultura. Un particolare ringraziamento va a chi ha creduto in questo progetto, sostenendolo senza mai intaccarne l’autonomia.

CUCINA E MUSICA MEDITERRANEA è stata una serata bellissima, il 1 dicembre scorso al Pasolini di Salerno. Doppio appuntamento con la presentazione del libro di cucina “POP PALESTINE. Viaggio nella cucina popolare palestinese” e PALESTINE FOOD SOUND SYSTEM, lo spettacolo di cucina e musica di Daniele De Michele in arte DONPASTA. Serata piena di emozioni, di aromi, di storie raccontate fra musica e fornelli. Storie di donne, di meticciato, di migrazioni, di vita quotidiana in Palestina. 

Ovviamente rivendichiamo il nome di “Femminile palestinese” per le tagliatelle al sommacco, gamberi e cozze creato nella serata dall’equipe di chef, capitanata da don Pasta… (foto di Tamara Casula)

 

CUCINA E MUSICA MEDITERRANEA

La performance è la quinta serata dell’edizione 2016 di Femminile palestinese che si è tenuta giovedì 1 dicembre 2016, con un doppio appuntamento alla Sala Pasolini di Salerno:

1) alle 18,30 la presentazione del libro di cucina “POP PALESTINE. Viaggio nella cucina popolare palestinese” con Silvia Chiarantini, Alessandra Cinquemani e Daniele De Michele, in arte DonPasta. In collegamento audio Fidaa Ibrahim Abuhamdya.

2) alle 20,30 PALESTINE FOOD SOUND SYSTEM, spettacolo di cucina e musica di Daniele De Michele “DONPASTA”, regia, cucina e voce narrante, accompagnato dalla chitarra di Ernesto Nobili.

 

 

Nella prima parte della serata è stato presentato il libro di Fidaa Ibrahim Abuhamdiya e Silvia Chiarantini che non è solo un ricettario. POP PALESTINE CUISINE. Viaggio nella cucina popolare palestinese. Salam cuisine tra Gaza e Jenin, con fotografie di Alessandra Cinquemani (Edizioni Stampa Alternativa 2016) piuttosto è un taccuino di viaggio e di cucina in cui si spiega come preparare ottimi piatti, ma intanto si racconta la vita quotidiana e la storia di un popolo. Lo spunto nasce da un viaggio di quattro amici fiorentini che visitano la Palestina insieme a una guida speciale: Fidaa, giovane chef e blogger palestinese.

Un percorso di immagini di piatti fumanti, affollati mercati, storie di vita sotto occupazione, profumi di spezie, di caffè al cardamomo, di pita appena sfornata e di za’atar. Pop Palestine è la testimonianza di donne e uomini che in Palestina mantengono viva la propria storia e aperta la propria cucina.

 

 

Nella seconda parte della serata invece c’è stato PALESTINE FOOD SOUND SYSTEM, uno spettacolo di cucina e musica di Daniele De Michele, in arte “DONPASTA”, regia, cucina e voce narrante; musica di Ernesto Nobili

Il cibo è un concentrato di memoria, salvaguardia di un patrimonio, rappresentazioni simboliche, prisma perfetto attraverso cui osservare e raccontare i mutamenti della storia di un popolo. Perchè parlare di una ricetta significa ripercorrere la storia di chi la racconta.

Da Pop Palestine. Prefazione scritta da Daniele De Michele:
“Le ricette sono un momento di tregua, di pace prima della tempesta, dolce, malinconica, poetica tempesta, che questi avventurosi compagni di viaggio ci hanno regalato. Perché parlare di Palestina è un non senso, non ne parla nessuno in questi termini, a pochi viene in mente di considerarla meta turistica, nessuno immagina che ci sia una vita oltre la guerra, che esista una cucina che non sia da campo. E ci si ritrova piano piano immersi in un mondo inesplorato fino ad allora che diventa familiare, appassionante, pieno di umanità, di storie, di profumi.
Ci si dimentica allora delle ingiustizie, del fatto che quello è un luogo di deprivazione delle più semplici forme di diritto umano, si dimentica il processo storico assurdo che ha portato un popolo intero a scomparire, dileguarsi, perché gli equilibri del mondo non riuscivano ad assumersi le responsabilità della loro storia, dei colonialismi, dei nazismi, degli interessi economici, delle spartizioni territoriali.
La cucina rappresenta la vita quotidiana della gente, il suo stare al mondo, il suo affrontare le difficoltà e poi sedersi per un istante a rinfrancarsi e per farlo ci si mette in connessione con i propri avi, ci si siede con i propri ospiti e si preparano dolci manicaretti che rendono per un istante più bella la realtà.”

 

In questo spettacolo donpasta ha mixato il suo Food Sound System con le culture affacciate al Mediterraneo, partendo proprio dalla Palestina. Ha mescolato quindi cucina meticcia rigorosamente dal vivo, musica, racconto popolare per uno spettacolo a 360° tra il teatro contemporaneo, le favole di un vecchio cantastorie e le disavventure di un cuoco maldestro.

Tutti i sensi sono stati chiamati in causa: vista, gusto, olfatto, tatto, udito. Ogni testo, ogni parola, ha avuto un controcanto nelle immagini e nei suoni che dalla cucina raggiungevano la musica ispirando le melodie.

DonPasta può impiegare dieci ore per fare un sugo come si deve. Allora ne approfitta per raccontare storie, mentre zucchine, peperoni, melanzane fondono nell’olio e diffondono in sala odori di soffritto che risvegliano i sensi. Storie di un viaggiatore. Una sorta di road movie in cui in genere sfilano nonne ai fornelli, grandi tavolate e mercati rionali. Tuttifrutti culturale, melting pot artistico in una unione di nostalgia, speranza, riflessione, dove la cucina è cultura, profondamente ancorata nella nostra civilizzazione mediterranea.
La musica, rigorosamente dal vivo, suona verso i fornelli e i fornelli la ripagano della stessa moneta.

Dopo la presentazione del libro POP Palestine Cuisine e prima dello spettacolo di Don Pasta è stato offerto un aperitivo palestinese e a base di alici di Salerno organizzato dalla pescheria Luna Rossa di Pontecagnano.

Ilan Pappe è tornato a Salerno, alla nostra rassegna, per il secondo anno consecutivo e per noi è un grande premio. Il 24 novembre 2016 ci ha parlato di LINGUAGGIO COMUNICAZIONE DECOLONIZZAZIONE, insieme agli ospiti Pino Grimaldi (Accademia Belle Arti di Napoli), Giso Amendola (Università di Salerno), Clayton Swisher (Al-Jazeera). Ha spiegato l’importanza del linguaggio per decolonizzare la Palestina, per cui non bisogna parlare di processo di pace, ma appunto di decolonizzazione. Tantissima la voglia di ascoltare, di capire, la Sala Pasolini ancora una volta era gremita.

 

 

Ilan Pappe in LINGUAGGIO COMUNICAZIONE DECOLONIZZAZIONE

Lo storico israeliano Ilan Pappe è tornato per il secondo anno consecutivo a Salerno alla rassegna Femminile palestinese, il 24 novembre 2016 ore 18,30, alla Sala Pasolini, per parlare di LINGUAGGIO, COMUNICAZIONE, DECOLONIZZAZIONE 

Hanno dialogato con Ilan Pappe, attualmente docente presso l’Università di Exeter (UK):
– Giso Amendola, filosofo del diritto, Unversità di Salerno
– Clayton Swisher, direttore giornalismo investigativo Al-Jazeera
– Pino Grimaldi, designer della comunicazione, Accademia di Belle Arti di Napoli

L’incontro è un approfondimento sull’importanza delle parole e su come viene comunicata la Palestina. Qual è il linguaggio della questione palestinese e quale comunicazione viene messa in campo? La conferenza prende spunto dal libro di Pappe/Chomsky, “Palestina e Israele: che fare?”, Fazi editore, 2015, in cui, fra l’altro, i due autori riflettono sull’utilizzo di parole come “decolonizzazione” al posto di “processo di pace”.

Ha condotto Maria Rosaria Greco, curatrice della rassegna. Traduzione consecutiva di Roberto Prinzi di NenaNews Agency.

 

 

Sanjay Kanza Banik (India) Tabla indiane, percussioni; Amal Ziad Kaawash (Libano/Palestina), cantante e illustratric; Helmi M’hadhbi (Tunisia) Oud; Dalal Suleiman (Italia/Palestina) attrice e ballerina; Angel Ballester (Cuba) Sax, flauto e clarinetto. Foto di Maria Rosaria Greco

 

Mediterraneo, musica e donne verso Gaza

Concerto a supporto del progetto Women’s Boat to Gaza (ITA/EN)

Domenica 18 settembre 2016 alle ore 21, presso la Sala Pasolini di Salerno, la rassegna “Femminile palestinese”, curata da Maria Rosaria Greco, ospita “Jussur Project e Amal Ziad Kaawash in concerto”, l’affascinante e raffinato momento musicale che da forma alle onde del Mediterraneo.

Sono onde che si materializzano nel movimento sinuoso del corpo di Dalal, nel suono ancestrale dell’oud di Helmi che corteggia le dolcissime onde sonore della voce di Amal. Ancora onde avvolgenti escono dal sax di Angel che diventano poi pulsanti, incalzanti con le tabla indiane di Sanjay. È una performance in cui i ritmi mediterranei mettono in contatto quattro continenti, Africa, America, Asia e Europa perché la musica non conosce confini.

La formazione del gruppo Jussur Project è internazionale:
Helmi M’hadhbi (Tunisia) Oud – Angel Ballester (Cuba) Sax, flauto e clarinetto – Sanjay Kanza Banik (India) Tabla indiane, percussioni. Inoltre con i musicisti, voce e corpo on stage, Dalal Suleiman (Italia/Palestina) attrice e ballerina.

Al gruppo, per questo concerto, si unisce una special guest: Amal Ziad Kaawash (Libano/Palestina), cantante e illustratrice di Beirut per la prima volta in Italia.

 

 

Femminile palestinese” insieme a Casa del Contemporaneo, che promuove la rassegna, dedicano questo concerto all’unione di più sponde del Mediterraneo, in particolare a una iniziativa tutta al femminile a cui andrà il ricavato: WOMEN’S BOAT TO GAZA, il progetto internazionale della Freedom Flotilla Coalition (sostenuto da Freedom Flotilla Italia)che prevedeva la partenza da Barcellona il 14 settembre di due imbarcazioni dirette verso Gaza con lo scopo di attirare l’attenzione del mondo sull’assedio illegale a cui è costretta la striscia di Gaza e i suoi quasi due milioni di abitanti.

L’equipaggio è composto interamente da donne: marinaie, attiviste, esponenti della società civile per ricordare a tutti l’importanza del ruolo femminile nella resistenza quotidiana all’occupazione israeliana e anche per unire donne di altri paesi alle donne di Gaza, perché non si sentano sole, isolate dall’assedio inumano che dura dal 2007. È un messaggio di speranza.

Amal (speranza) è proprio il nome della barca capofila ed è anche il nome della special guest del concerto, Amal Ziad Kaawash, che in quanto cartoonist ha creato un personaggio, una bambina ombra dalle trecce lunghe che ha come sogno irraggiungibile il ritorno in Palestina: Meiroun, dal nome del villaggio palestinese da cui la sua famiglia viene cacciata nel 1948. Meiroun simbolicamente sarà su quella imbarcazione, con le sue trecce al vento, diretta verso Gaza insieme alle altre donne, tutte unite nella speranza.

Qui di seguito alcune delle partecipanti dirette a Gaza:
– Mairead Maguire (Irlanda del Nord), militante pacifista, Premio Nobel per la Pace nel 1976
– Marama Davidson (Nuova Zelanda) portavoce dei Verdi per i Diritti Umani
– Naomi Wallace (USA), scrittrice e sceneggiatrice
– Eva Manly (Canada) fotografa e regista di documentari , attivista per i diritti umani
– Marilyn Porter (Canada) accademica e attivista per i diritti delle donne, esperta marinaia
– Wendy Goldsmith (Canada) assistente sociale e attivista per i diritti umani
– Gerd von der Lippe (Norvegia) accademica e atleta professionista
– Fauziah Mohd Hasan (Malaysia) medico e attivista per i diritti umani
– Çiğdem Topcuoglu (Turchia) atleta professionista e allenatrice. Ha già navigato con Freedom Flotilla, sulla Mavi Marmara nel 2010. Con lei a bordo c’era il marito che venne ucciso durante la violenta aggressione dell’esercito israeliano che causò 10 vittime.”Sì, ho paura – ha detto una delle partecipanti, Wendy Goldsmith, madre di tre figli – ma ho più paura se non faccio nulla”

 

Contro l’occupazione illegale si muove la rassegna “Femminile palestinese” che quest’anno arriva alla terza edizione affrontando il tema del contemporaneo: “l’occupazione oggi” è il sottotitolo del 2016 per analizzare qual è il quadro attuale della Palestina, dopo 68 anni di occupazione. In questa riflessione il ruolo della donna è ancora una volta centrale per come sa ridisegnare e mettere in discussione i confini e le narrazioni dominanti.

La rassegna in questi anni ha sottolineato la necessità di approfondire il dialogo fra le culture che da sempre si relazionano nel nostro mare. “femminile palestinese” vuole essere un luogo di incontro. Oggi più che mai, in pieno clima di allarmismo e islamofobia scatenato dai fatti tragici che attraversano l’Europa e dai disperati flussi migratori, il partenariato di Casa del Contemporaneo e del Comune di Salerno, conferisce un particolare significato istituzionale al doveroso percorso di conoscenza e confronto fra tutte le culture del Mediterraneo.

In questa terza edizione inoltre l’agenzia giornalistica internazionale NenaNews si trasforma da mediapartner a soggetto promotore arricchendo la rassegna di un’equipe di giornalisti esperti di cultura araba e corrispondenti dal Vicino Oriente.
Mediapartner anche quest’anno sono il quotidiano Il Manifesto e l’emittente televisiva LiraTV

 

 

BREVE PRESENTAZIONE DEGLI ARTISTI :

Helmi Mhadhbi – tunisino, musicista e compositore, vive tra Trento e Parigi. A 5 anni comincia a suonare il darbouka, lo strumento tradizionale a percussione molto popolare nella musica araba. Ad 11 anni si iscrive al Conservatorio Nazionale di Tunisi per studiare l’oud e il pianoforte. Dopo una breve tappa romana nel 2000, Helmi decide di rimanere in Italia, a Trento, dove continua la sua esperienza musicale, collabora con una compagnia di flamenco e nel 2005 conosce il violinista Corrado Bungaro. Quest’incontro sarà una svolta nella sua carriera musicale. I due, infatti, fonderanno insieme l’orchestra multietnica “Orchextra Terrestre”. Un’orchestra costituita da musicisti provenienti da ogni angolo della Terra, capaci di mixare in maniera armoniosa e coerente suoni, lingue e linguaggi, culture e colori del mondo intero. Ha partecipato a numerosi Festival, a Tunisi, Lugano, Berlino, Trento.

 

 

Angel Ballester – cubano, vive a Trento, ha studiato persso la Escuela Nacional de Arte dell’ Avana, Cuba. Musicista e compositore jazz, insegnante di musica, ha una lunga carriera che lo ha portato a diversi premi, a Cuba e in Francia, a Londra e a Miri, in Malesia. Le sue esperienze professionali vanno da Cuba al Canada, dalla Svizzera a New York, al Brasile. Insegnante nei primi anni 2000 in Svizzera, Francia, Germania. Ha lavorato con Musique en marche, in Belgio. Fa parte del quintetto Ensemble Turchese.

 

Sanjay Kansa Banik – indiano, vive a Roma. E’ un giovane solista di tabla, allievo dei maestri Sri Goutam Dam e Dulal Natto del Gharana di Benares, ha alle spalle un’intensa carriera di festival e di premi. Fa parte dell’Orchestra di Piazza Vittorio e recentemente il regista Simone Mariani ha girato un documentario su di lui dal titolo “A journey on the tabla”. Di recente, ha ottenuto il titolo di miglior musicista dalla All India Radio di Calcutta, dove ha inciso molti brani e ha partecipato a varie trasmissioni. A Roma, collabora attivamente con il progetto Indo-pizzica e sta cercando di attivare un centro di cultura per l’insegnamento degli strumenti della musica classica Industani e della danza Kathak e Bharata Natyam.

 

Dalal Suleiman, – attrice di cinema, di teatro e ballerina; italiana, di padre palestinese, vive a Roma. Protagonista di corti, attrice in fiction televisive e in docufilm, Dalal ha anche una notevole esperienza di teatro: ha recitato infatti, tra l’altro, con Pamela Villoresi, in “Nata sotto una pianta di datteri” per la regia di Gigi Di Luca per il Napoli Teatro Festival e nell’ “L’opera da tre soldi” di B. Brecht, per la regia di Luca De Fusco, con Massimo Ranieri; in “La casa di Bernarda Alba” di G.Lorca, per la regia di Lluis Pasqual, con Lina Sastri, al Teatro Stabile Mercadante; “Quattro bombe in tasca” di Ugo Chiti per la regia di Ciro Sabatino; “Mi chiamo Omar” scritto e diretto da Luisa Guarro; danzatrice nel gruppo etno-folcloristico SYNAULIA, diretto da Walter Maioli, basato su un progetto di recupero del patrimonio artistico etrusco e dell’antica Roma; danzatrice nel gruppo KOLEDARI di danze etno-mediterranee, diretto da Cinzia Musella, con cui ha partecipato a diversi festival di danze popolari.

 

Amal Ziad Kaawash – Illustratrice e cantante palestinese, nata in Libano, vive a Beirut. Si esibisce in Italia per la prima volta.
Come illustratrice, Amal è conosciuta soprattutto per il suo personaggio di nome Meiroun, una bambina ombra dalle lunghe trecce, che porta il nome del villaggio palestinese da cui fu evacuata la sua famiglia nel 1948; Meiroun porta con se un desiderio struggente e irraggiungibile, rappresentato dalla luna sempre presente nei suoi disegni, il desiderio del ritorno in Palestina. Nel 2008 Amal vince con Meiroun il primo posto nel concorso “Handala – The cultural resource” di cartoons che commemora la Nakba Palestinese. I suoi disegni sono pubblicati su Assafir (giornale libanese) e vari media e piattaforme social.
Come cantante, Amal ha iniziato come componente della Jafra band di canti palestinesi, nel 2001, a Beirut, prima di intraprendere la propria carriera di cantautrice indipendente. Amal ha studiato il canto arabo presso il Conservatorio nazionale Libanese di Musica ed ha collaborato con musicisti locali e internazionali, come Ahmad Qaabour (Libano) e Opgang 2 (Danimarca).

 

info e prenotazioni:
Tel +39 345 4679142 – mail info@casadelcontemporaneo.it
biglietto 15 euro
Salerno – Sala Pier Paolo Pasolini (ex Cinema Diana) ore 21
Lungomare Trieste, zona Santa Teresa
www.casadelcontemporaneo.it 
www.femminilepalestinese.it

Oltre al ricavato del concerto: WOMEN’S BOAT TO GAZA è un progetto autofinanziato, un vostro picolo contributo, anche piccolissimo, sarebbe di grande aiuto, grazie
fate un bonifico su c/c Freedom Flotilla Italia
c/o Banca Sella – Palermo
IBAN : IT08Q0326804605052337116090
https://www.freedomflotilla.org/
https://wbg.freedomflotilla.org/
http://www.freedomflotilla.it/

 

ENGLISH

Mediterranean, music and women to Gaza
Concert in support of the Women’s Boat to Gaza project

On Sunday 18th of September 2016, h. 21:00, at Sala Pasolini theatre in Salerno (Italy), the festival “Femminile Palestinese” (women of Palestine), organized by Maria Rosaria Greco, hosts “Jussur Project and Amal Ziad Kaawash in concert”, the fascinating musical event that gives shape to the Mediterranean waves.

Those are waves materializing in the sinuous movement of Dalal’s body, in the ancestral sound of Helmi’s oud that pursues the pleasant sound waves of Amal’s voice. Moreover, entrancing waves are from Angel’s sax and from the pulsating Indian tabla of Sanjay. It is a performance in which the Mediterranean rhythms connecting four continents, Africa, America, Asia and Europe, because music doesn’t know borders.

The Jussur Project team is international: Helmi M’hadhbi(Tunisia) Oud – Angel Ballester (Cuba) Sax, flute and clarinet – Sanjay Kanza Banik (India) Tabla and percussions. And with the musicians, voice and body on stage, Dalal Suleiman(Italy/Palestine) actress and dancer. Special guest in this event is Amal Ziad Kaawash (Lebanon/Palestine), singer and cartoonist from Beiruth, for the first time in Italy.

“Femminile Palestinese”, jointly with the festival promoter Casa del Contemporaneo, dedicates this concert to the union of shores of the Mediterranean sea, particularly to a totally feminine initiative to which the proceeds will be donate: WOMEN’S BOAT TO GAZA, an international project by the Freedom Flotilla Coalition, starting in Barcelona on the next September 14 with the departure of two boats en route for Gaza. Women only crews abord, in order to sensitize the world to the illegal siege which the Gaza Strip and its two million inhabitants have been forced to, since 2007, and to remind of the importance of women’s role in the daily resistance to Israeli occupation. Last and not least, to unite women from other countries to women from Gaza, because they aren’t lonely, isolated, it is a message of hope.

Amal (“hope” in Arabic) is the name of the new Flotilla’s flagship and the name of the special guest Amal Ziad Kaawash, as well. She, as a cartoonist, created a character, Meiroun, that is a long braided shadow-girl, dreaming of the return to Palestine. Meiroun is the Palestinian village from which her family was expelled in 1948. So Meiroun symbolically will be on that boat, with her tresses in the wind, going to Gaza with other women, all united in hope.

Some members of the crew:
• Mairead Maguire (North Ireland), pacifist militant, 1976 Nobel Prize for the Peace;
• Marama Davidson (New Zeland), spokesperson of the Green for Human Rights;
• Naomi Wallace (USA), author and screenwriter;
• Eva Manly (Canada), photographer and documentarist , human rights activist;
• Marilyn Porter (Canada), professor and women rights activist, able seawoman;
• Wendy Goldsmith (Canada), social worker and human rights activist;
• Gerd von der Lippe (Norway), professor and professional sportswoman;
• Fauziah Mohd Hasan (Malaysia), physician and human rights activist;
• Çiğdem Topcuoglu (Turchia) professional athlete and trainer (she was on the Mavi Marmara boat in the 2010 Freedom Flotilla: her husband was killed during the aggression against the pacific mission by Israeli army, that caused 10 victims).

“Yes, I’m afraid – said Wendy Goldsmith, mother of three – but I’m more afraid of not doing anything.”

 

foto di Maurizio Grimaldi

 

SE I POETI PERDONO – reading con Ibrahim Nasrallah

Ibrahim Nasrallah è uno dei massimi poeti palestinesi, ed è ospite della rassegna “Femminile palestinese” curata da Maria Rosaria Greco nel reading SE I POETI PERODNO.

Insieme a lui sono presenti  Simone Sibilio, docente di letteratura araba alla Ca’ Foscari di Venezia e gli attori Omar Suleiman e Antonino Masilotti che leggono alcune sue poesie. L’incontro si tiene il 20 maggio 2016 alle 17,30 presso la libreria Guida Imagine’s Book  di Salerno. Interviene il Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli per un saluto istituzionale.

La terza edizione della rassegna “femminile palestinese” ha come sottotitolo “l’occupazione oggi” perché Il focus quest’anno è analizzare qual è la situazione della Palestina oggi, dopo 68 anni di occupazione. Ed è proprio il tema dell’occupazione, del colonialismo, che è presente nelle opere di Nasrallah come un filo conduttore di una nostalgia struggente che solo nella poesia trova riparo. “Se perdono i poeti, non vince il mondo” scrive in una sua poesia.

 

Oggi più che mai, in pieno clima di allarmismo e islamofobia scatenato dai tragici flussi migratori e dagli attacchi terroristici avvenuti nel cuore dell’Europa , i poeti non possono perdere.

Per questo la rassegna “Femminile palestinese” vuole essere un luogo di incontro. Il patrocinio e il partenariato del Comune di Salerno, insieme a Casa del Contemporaneo, Università di Salerno,  e Agenzia internazionale NenaNews, conferiscono un particolare significato istituzionale al doveroso percorso di conoscenza e confronto fra tutte le culture del Mediterraneo.

Ibrahim Nasrallah ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il prestigioso “Sultan ’Aways” per la poesia nel 1997. È anche romanziere, oltre che insegnante, giornalista, critico cinematografico, pittore, fotografo.  Le sue opere si diffondono  in Occidente  dove vengono tradotte in diverse lingue. Ha pubblicato moltissimo: romanzi, libri per bambini, saggi e, ovviamente, molte raccolte di poesie. In italiano sono stati tradotti due suoi romanzi , “Febbre” (Edizioni Lavoro 2001, trad. Capezzone), “Dentro la notte. Diario palestinese” (Ilisso 2004, trad. Dahmash) e una raccolta di poesie “Versi” (Edizioni Q 2009, trad. Dahmash).

 

 

Ibrahim Nasce nel 1954, 6 anni dopo la Nakba, il cui anniversario ricorre proprio in questi giorni, nel campo profughi di Wihdat in Giordania, figlio di genitori palestinesi originari di un villaggio vicino Gerusalemme. La sua infanzia nel campo profughi e l’esperienza della diaspora sono un marchio indelebile nella sua vita e nelle sue opere, nelle quali ci parla di diritti calpestati.

Nel suo romanzo “Balcony of disgrace” (balcone del disonore), per esempio,  affronta il tema del delitto d’onore, descrivendone la crudeltà e lo scenario di degrado sociale.  Le vittime di questo crimine sono donne innocenti private dei loro diritti. Nasrallah analizza la condizione della donna araba, in particolare nelle classi sociali più povere e, attraverso i personaggi del romanzo, rivisita il significato di concetti dominanti come onore, virtù, purezza, virilità. È attraverso la letteratura che lo scrittore stimola il cambiamento.

Nasrallah scrive questo romanzo dopo aver letto un rapporto delle Nazioni Unite nel 2009 che definiva il numero dei delitti d’onore: ogni anno in tutto il mondo circa 5000 donne sono vittime di questo crimine.

 

 

Altro tema molto caro a Nasrallah sono i giovani e in particolare il diritto all’infanzia serena che troppi bambini palestinesi e arabi vedono quotidianamente calpestato. Lui cresciuto in un campo profughi sa molto bene cosa significa essere ragazzi di strada, senza opportunità di crescita culturale, continuamente umiliati e privati di qualsiasi speranza o sogno dall’esercito israeliano.

Nel 2014 partecipa al progetto Climb of Hope (La Scalata della Speranza) promosso dal Pcrf (Fondo di soccorso ai bambini palestinesi – Palestine Children’s Relief Fund), che prevede la scalata del monte Kilimanjaro da parte di alcuni ragazzi palestinesi, tra cui Yasmin e Mutassem due adolescenti, accompagnati da un gruppo di volontari. I ragazzi hanno una sola gamba: lei viene investita a tre anni da un veicolo dell’esercito israeliano di fronte a casa sua, a Ramallah, lui di Gaza, gli viene amputato l’arto a seguito di un bombardamento israeliano.

Il progetto vuole attirare l’attenzione del mondo sui tanti giovani arabi morti o divenuti disabili, per ferite conseguenti a bombardamenti o alla “normale” occupazione militare. Climb of Hope  ha lo scopo di raccogliere fondi per garantire loro cure mediche, per trattarne i traumi psicologici  e per sostenere il loro futuro in vari modi, offrendo una speranza, un’opportunità.  Ibrahim Nasrallah  definisce questi ragazzi senza gambe “i figli della vita, i figli di un popolo che da un secolo combatte per la libertà e questo popolo non sarà mai sconfitto”.

 

 

La poesia e la letteratura secondo Ibrahim Nasrallah sono fondamentali per raccontare queste storie a tutto il mondo.  La cultura palestinese è la patria in cui rifugiarsi, il luogo in cui nutrirsi e rigenerarsi, come un vangelo, un corano, un libro sacro che codifica e scandisce i ritmi di una dimensione umana, laica e appassionata, tutt’ora negata a un popolo che invece non perde la speranza, ancorato alla vita e alla propria identità.  Il ruolo dell’intellettuale secondo lui è quello di guidare, sostenere.

Il poeta non può perdere. «In quella città bella e lontana, nel cortile ricoperto d’erba, ogni cosa cantava, la gente danzava. Disse: “va dalla puledra, invitala a ballare”. Ero timido. Se i poeti perdono non vince il mondo».

 

 

 

 

 

 

 

 

Incontro cn Arwa Abu Haikal a Salerno (foto di Mary Ciaparrone)

 

Incontro con Arwa

Arwa Abu Haikal a Salerno (foto Maria Rosaria Greco)

Arwa è una donna libera e forte, nelle sue vene scorre il sangue degli Abu Haikal di Hebron. È a Salerno nella rassegna “Femminile palestinese” per raccontare la sua storia, nel talk “Incontro con Arwa” a cura di Maria Rosaria Greco, organizzato insieme a International Napoli Network, Casa del Contemporaneo e NenaNews Agency, il 21 marzo 2016, ore 19,00 presso il Bar Libreria G. Verdi, presentato da Sara Cimmino. Il sottotitolo della terza edizione di questa rassegna al femminile è “l’occupazione oggi” e Arwa ci porta con sé, nella vita di tutti i giorni, fra quelle strade fantasma piene di checkpoint, in quelle scuole e case violate dai militari armati, in quella che forse più di tutte in Palestina è la città emblema dell’occupazione.

La rassegna “femminile palestinese” quest’anno arriva alla terza edizione e affronta il tema del contemporaneo: “l’occupazione oggi” è il sottotitolo del 2016 e vuole analizzare qual è il quadro attuale della Palestina. L’edizione precedente aveva come sottotitolo “di storia in storia” e il focus era la narrazione, il recupero della memoria, ora è necessario capire bene qual è lo scenario a cui si è arrivati dopo quasi 70 anni di occupazione. In questa riflessione il ruolo della donna è ancora una volta centrale per come sa ridisegnare e mettere in discussione i confini e le narrazioni dominanti.

 

 

Questo tenutosi lunedì 21 marzo 2016 è il primo incontro che ci introduce nel tema dell’occupazione con una straordinaria testimonianza femminile.

Arwa Abu Haikal di Hebron è simbolo di resistenza non violenta. Lei, sua madre Feryal e la famiglia da anni resistono agli attacchi dei coloni e dei militari israeliani che cercano di cacciarli da Tel Rumeida Qui siamo in area H2, controllata da Israele. Tutto inizia nell’aprile del 1968 quando il rabbino Moshe Levinger, con la scusa di trascorrere la Pasqua ebraica qui, arriva con un primo nucleo di coloni che si stabiliscono al Park Hotel, nel cuore di Hebron, per non andare mai più via e continuare progressivamente dal suo interno l’occupazione della città. Poi nel febbraio 1994 il colono Baruch Goldstein, un fanatico di origine americana, entra nella moschea e spara sui fedeli in preghiera, uccidendo 29 palestinesi. Dopo la strage subita, paradossalmente i palestinesi vengono puniti con il protocollo di Hebron del 1997, (doveva essere provvisorio) che divide la loro città in H1 e H2. Dopo 22 anni, in H2 vivono circa 600 coloni protetti da 2000/3000 militari israeliani. Prima della divisione, i palestinesi residenti nella Città Vecchia erano 10mila, dopo quella data con il tempo il 96% dei palestinesi ha abbandonato l’area. È umanamente impossibile vivere in un luogo in cui i coloni occupano con la forza la tua casa che appartiene da secoli alla tua famiglia, in cui sei costretto a subire aggressioni e umiliazioni giorno dopo giorno, in cui l’esercito israeliano chiude il tuo negozio arbitrariamente senza sapere fino a quando. Arwa e la sua famiglia Abu Haikal resistono nonostante tutto.

 

Incontro con Arwa Abu Haikal a Salerno (foto Mary Ciaparrone)

 

Ci ha particolarmente colpito una frase con cui Arwa ha concluso una chiacchierata parlando della vita quotidiana a Tel Rumeida: “Welcoming a new day with no explanation for what is going to happen. For us and our families – Diamo il benvenuto ad un nuovo giorno in cui non ci sono spiegazioni per quanto succederà. A noi e alle nostre famiglie”. Le sue parole sono insieme amare e di grande lucidità. Spiegano lo stato d’animo di chi, giorno dopo giorno, affronta l’occupazione militare in solitudine, nel silenzio della comunità internazionale, eppure dando il benvenuto a un nuovo giorno con grande forza e determinazione. In questa frase è racchiuso il radicamento profondo alla terra e l’appartenenza alla famiglia. “resisteremo” sembra dire a tutte noi” E noi vogliamo stare con Arwa, con gli Abu Haikal, con tutte le donne e gli uomini che, pur vivendo a Hebron, sanno essere liberi dando il benvenuto a un nuovo giorno.